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BACHI DA PIETRA
terzo tarlo
WALLACE RECORDS
wal 109 CD digipack 2008
terzo tarlo
WALLACE RECORDS
wal 109 CD digipack 2008
Italian drums and guitar duo Bachi Da Pietra plays again in both bluesy song craft and experimental, establish an extremely effective formula on this new work, and despite the more dissonant avant-garde leanings, you can hear an astonishing standard of musicianship in these recording. AWESOME!
Il nuovo lavoro dei BACHI DA PIETRA muta senza tradirsi. In TARLO TERZO Bruno Dorella (già batterista dei Wolfango, oggi Ronin e OvO) e Giovanni Succi (ex Madrigali Magri) cercano nuove soluzioni sonore per continuare a raccontare con lucidità senza pari le condizioni del vivere contemporaneo e trovano una metamorfosi ideale e inevitabile, che dopo i blues arcaici brulicanti humus e metallo di “Tornare nella terra” (2005) e “Non io” (2007) – entrambi considerati dalla critica tra le uscite discografiche più interessanti degli ultimi anni – si avvia qui verso atmosfere più notturne e urbane.
La formazione rimane invariata (la batteria ridotta all’osso di Dorella; le corde del cantante Succi, anche autore dei testi), a cambiare è però il lavoro sui suoni, alle cui tonalità scure dei lavori precedenti vengono aggiunte suggestioni livide e grigiastre, gli stessi colori che si possono incontrare durante una passeggiata notturna in una metropoli moderna dove il silenzio viene riempito da sguardi e pensieri (entrambi implacabili) su di sé e sul mondo. E metropolitano è il mood della maggior parte dei brani, dall’hip-hop waitsiano della marziale Servo, passando per la tensione techno-acustica di Mestiere che paghi per fare fino al dub di Seme nero e all’elettronica-non-elettronica di I suoi brillanti anni ’80, dove il lavoro su timpano e rullante di Dorella e del fonico Ivan Rossi maschera in fattezze da trance electro un pezzo in realtà interamente suonato con batteria e basso acustico, senza sovrincisioni. Ma anche quando il richiamo ai lavori precedenti è più diretto, e l’impronta più visceralmente blues (Lina), rimane comunque un odore di nebbia e asfalto a segnare il tutto, come nella sferragliante Lui verrà o nella chiusura di Per la scala del solaio, in cui la chitarra acustica e la voce di Giovanni Succi hanno ancora una volta quella consistenza “organica” che è uno dei marchi di fabbrica dei Bachi da Pietra. Proprio la voce di Succi, insieme alle parole, è infine il nucleo generativo delle tracce di “Tarlo Terzo”. I versi degli undici brani del disco sono frutto di un enorme lavoro “contadino” – per citare i versi dell’Indovinello Veronese in apertura del booklet – che all’ispirazione del momento fa seguire la fatica dell’aratro che passa e ripassa sulla terra fino a tracciare un solco profondo. Lo stesso lasciato dalla riflessione esistenziale di Dal nulla nel nulla o dall’amaro sarcasmo di Fosforo Bianco Democratico, in cui si incitano i paladini del mondo occidentale democraticamente evoluto a spargere indiscriminatamente napalm sui nemici della civiltà, con riferimento alle stragi di civili di Falluja nel novembre 2004, liquefatti nella notte dalle armi chimiche di distruzione di massa a stelle e strisce (nome in codice: Willie Pete). Un baco nella memoria di un sistema fatto per dimenticare non può che riportare alla luce. E’ così che il Baco scava la pietra, ma anche l’asfalto e i sistemi tecnologici, lasciando dietro sé un buco nero nel quale immergersi è tanto straniante quanto assolutamente vitale.
Il nuovo lavoro dei BACHI DA PIETRA muta senza tradirsi. In TARLO TERZO Bruno Dorella (già batterista dei Wolfango, oggi Ronin e OvO) e Giovanni Succi (ex Madrigali Magri) cercano nuove soluzioni sonore per continuare a raccontare con lucidità senza pari le condizioni del vivere contemporaneo e trovano una metamorfosi ideale e inevitabile, che dopo i blues arcaici brulicanti humus e metallo di “Tornare nella terra” (2005) e “Non io” (2007) – entrambi considerati dalla critica tra le uscite discografiche più interessanti degli ultimi anni – si avvia qui verso atmosfere più notturne e urbane.
La formazione rimane invariata (la batteria ridotta all’osso di Dorella; le corde del cantante Succi, anche autore dei testi), a cambiare è però il lavoro sui suoni, alle cui tonalità scure dei lavori precedenti vengono aggiunte suggestioni livide e grigiastre, gli stessi colori che si possono incontrare durante una passeggiata notturna in una metropoli moderna dove il silenzio viene riempito da sguardi e pensieri (entrambi implacabili) su di sé e sul mondo. E metropolitano è il mood della maggior parte dei brani, dall’hip-hop waitsiano della marziale Servo, passando per la tensione techno-acustica di Mestiere che paghi per fare fino al dub di Seme nero e all’elettronica-non-elettronica di I suoi brillanti anni ’80, dove il lavoro su timpano e rullante di Dorella e del fonico Ivan Rossi maschera in fattezze da trance electro un pezzo in realtà interamente suonato con batteria e basso acustico, senza sovrincisioni. Ma anche quando il richiamo ai lavori precedenti è più diretto, e l’impronta più visceralmente blues (Lina), rimane comunque un odore di nebbia e asfalto a segnare il tutto, come nella sferragliante Lui verrà o nella chiusura di Per la scala del solaio, in cui la chitarra acustica e la voce di Giovanni Succi hanno ancora una volta quella consistenza “organica” che è uno dei marchi di fabbrica dei Bachi da Pietra. Proprio la voce di Succi, insieme alle parole, è infine il nucleo generativo delle tracce di “Tarlo Terzo”. I versi degli undici brani del disco sono frutto di un enorme lavoro “contadino” – per citare i versi dell’Indovinello Veronese in apertura del booklet – che all’ispirazione del momento fa seguire la fatica dell’aratro che passa e ripassa sulla terra fino a tracciare un solco profondo. Lo stesso lasciato dalla riflessione esistenziale di Dal nulla nel nulla o dall’amaro sarcasmo di Fosforo Bianco Democratico, in cui si incitano i paladini del mondo occidentale democraticamente evoluto a spargere indiscriminatamente napalm sui nemici della civiltà, con riferimento alle stragi di civili di Falluja nel novembre 2004, liquefatti nella notte dalle armi chimiche di distruzione di massa a stelle e strisce (nome in codice: Willie Pete). Un baco nella memoria di un sistema fatto per dimenticare non può che riportare alla luce. E’ così che il Baco scava la pietra, ma anche l’asfalto e i sistemi tecnologici, lasciando dietro sé un buco nero nel quale immergersi è tanto straniante quanto assolutamente vitale.
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